Ipocondria

Dott. Luca Lavopa

"Ipocondria" è un termine che ha origini antiche e deriva dalla denominazione greca della zona superiore dell'addome - gli ipocondri, sotto le coste - ossia la sede del fatidico mal di pancia, laddove si avvertono i sentimenti e le passioni viscerali. La prima descrizione dell'ipocondria risale ad Ippocrate (V sec. a.C.) che parla del “male degli ipocondri”, responsabile di un disordine delle funzioni digestive, ma anche di sofferenza psicologica che provoca melanconia con paura di morire. Ad oggi il termine “ipocondria” sta comunemente ad indicare dalla più semplice paura di ammalarsi fino al terrore di aver contratto o sviluppato malattie gravissime, invalidanti o mortali.

A tutti può accadere in qualche occasione di preoccuparsi in maniera eccessiva di una sensazione insolita o di un dolore fisico inaspettato e di temere, di conseguenza, che esso possa essere segnale di una qualche grave malattia. Ciò che differenzia l'ipocondria dal normale timore di essere affetti da qualcosa di grave è il modo in cui la paura si manifesta: sistematica e prolungata (non sporadica), accompagnata da un'insistenza che diviene per lo più ossessionante.

Dal punto di vista clinico, l'ipocondria viene così definita: una “preoccupazione legata alla paura oppure alla convinzione di avere una malattia grave che si basa sull’interpretazione soggettiva di segni somatici in qualità di sintomi di una grave malattia. La persona attribuisce questi sintomi o segni alla malattia sospettata ed è molto preoccupata per il loro significato e per la loro causa. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente (spesso la malattia è percepita a carico dell’apparato cardiovascolare o gastrointestinale). In alternativa ci può essere preoccupazione per un organo specifico o per una singola malattia (per es. la paura di avere una malattia cardiaca, un tumore, l’AIDS, ecc)". La preoccupazione, inoltre, tende a persistere nonostante la valutazione e le rassicurazioni del proprio medico curante. Affinché si possa parlare di ipocondria, deve essere stata esclusa qualsiasi causa organica previa valutazione medica.

L’ipocondria può esordire ad ogni età, sebbene la più colpita sia l’età adulta (con un picco tra la quarta e la quinta decade). È rara nell’infanzia e più frequente nell’adolescenza e nella vecchiaia. Il decorso tende a cronicizzarsi, con andamento vario, e sembra guarire spontaneamente solo in una persona su dieci.

L’ipocondria può costituire un disturbo a sé stante (ipocondria primaria), oppure può accompagnarsi ad altre realtà cliniche (più frequentemente i disturbi dell’umore e dell’ansia): in tal caso si parla di ipocondria secondaria. Generalmente è l’ipocondria secondaria che ha più probabilità di essere affrontata attraverso un percorso di psicoterapia in quanto, chi soffre di ipocondria primaria, tende a rivolgersi quasi esclusivamente agli ambulatori di medicina generale (o specialistica) nella ferma convinzione di avere una malattia organica ed escludendo fermamente la presenza di una qualsiasi forma di disagio psicologico. Il non riuscire a trovare mai una risposta adeguata al malessere (una diagnosi) viene solitamente vissuto con sofferenza e con la preclusione di qualsiasi attività che non sia improntata alla soluzione del "problema salute": iniziamo così a vedere nel medico il nostro migliore amico, l’unico in grado di rassicurarci, perlomeno momentaneamente.

Sotto la minaccia di una grave malattia proviamo inizialmente ansia. Il non riuscire a venire a capo di una diagnosi, alla lunga può deprimerci, farci provare rabbia e, allo stesso tempo, farci sentire precari ed incerti. L'incertezza è probabilmente la sensazione più difficile da gestire e, col tempo, arriva a costituire una riprova del rischio di malattia, come se: "dal momento che non sono sicuro di star bene, allora vuol dire che sono malato". Ad un livello più profondo, non potendo prevedere la malattia e influire su di essa, non ci resta altro da fare che cercare di prevenirla.

L'atteggiamento di prevenzione attiva a sua volta uno stato di allerta costante che si concretizza nella convinzione che, se non ci preoccupiamo per la nostra salute, allora potremmo ammalarci. Per attenuare la stato costante di ansia e di preoccupazione, possiamo diventare molto attenti ad ogni piccolo cambiamento somatico e tenere costantemente sotto controllo il nostro corpo, monitorandolo di continuo alla ricerca di eventuali segni di malattia. Possiamo focalizzarci sui processi fisici endogeni (come il ritmo cardiaco, l’attività gastrointestinale, la deglutizione, la respirazione, ecc); o sugli aspetti esteriori del corpo (l’asimmetria, l’irregolarità delle macchie della pelle, la perdita o la crescita irregolare dei capelli e la grandezza delle pupille); oppure sulle sue secrezioni (ad esempio il colore della saliva, delle feci e dell’urina), ecc.

Sebbene, perlomeno inizialmente, l’esito negativo di un controllo sia in grado di garantire una momentanea riduzione dell’ansia legata alla possibilità di essere malati, successivamente, ogni minima alterazione che notiamo, può fungere da conferma all’idea di avere una grave malattia. D’altra parte, i ripetuti controlli del corpo, come la palpitazione dell’addome per valutarne il disagio, o l’autoesame per valutare la presenza di sangue nel retto o per individuare noduli al seno o ai testicoli, possono causare irritazioni e lesioni del tessuto. Inoltre, respirare profondamente per verificare il funzionamento dei polmoni produce eccessiva tensione e dolore al torace; effettuare forzate deglutizioni per verificare anomalie alla gola, rende più difficile la deglutizione stessa e, infine, controllare il polso mettendo in evidenza le normali fluttuazioni dei battiti, produce un disagio che, a sua volta, possiamo interpretare come un’ulteriore prova della presenza di una patologia somatica.

La preoccupazione può spingerci a ricercare rassicurazioni in vari modi: possiamo chiedere ai nostri familiari informazioni sui sintomi, o farci descrivere accuratamente quelli manifestati da altre persone. Inoltre, possiamo ricorrere a consultazioni mediche, richiedere ulteriori valutazioni e indagini strumentali, oppure metterci a studiare articoli e libri di medicina, nel tentativo di giungere autonomamente ad una diagnosi. La ricerca di una diagnosi può diventare un tema fisso e dominante: nonostante gli esiti negativi, non c’è esame, ripetuto anche più volte, che basti a tranquillizzarci: ciò che inizialmente aveva il potere di sedare momentaneamente la nostra preoccupazione, ben presto diventa motivo ulteriore di angoscia. Non riuscendo a dare un nome al male che ci affligge, e a ricevere una diagnosi che dia un senso al nostro malessere, possiamo anche pensare che il nostro medico non sia riuscito a capire la vera natura del problema e che quindi non sia in grado di fornire la soluzione adeguata. Non crediamo più a spiegazioni alternative dei sintomi e mettiamo a fuoco unicamente le informazioni a conferma dell’idea di una malattia.

In certi casi possiamo cercare di proteggerci comportandoci come degli ammalati: evitiamo sforzi fisici, ci mettiamo a riposo e iniziamo ad assumere dei medicinali, a scopo preventivo, anche senza prescrizione medica (aspirine, vitamine, ecc). In questo modo però evitiamo anche di vivere esperienze in grado di smentire le nostre idee relative allo stato di malattia e, la mancanza di attività fisica, può condurre a complicazioni tra cui la perdita di agilità e forza del corpo. Inoltre, anche se entro certi limiti l'assunzione di certi farmaci non produce effetti significativi sul corpo, in ogni caso, contribuisce a mantenere vivo il disagio relativo al benessere fisico e l’idea di essere deboli e di necessitare di tutte le cure possibili per non ammalarsi.

In certi casi, chi soffre di ipocondria, finisce con l'essere considerato un "malato immaginario". Ciò che in genere non viene preso debitamente in considerazione è che in realtà gli ipocondriaci avvertono tutta la sintomatologia di una determinata patologia: quello che per una persona normale può essere un banale dolore intercostale, per l’ipocondriaco diventa un dolore toracico insopportabile e terrorizzante. Ed è vero che lo sente così perché è talmente sensibilizzato all’ascolto del corpo, che la sua soglia del dolore si abbassa e quindi percepisce il dolore con maggiore intensità. È da considerare, per di più, anche il fatto che la costante paura di ammalarsi, associata al rimuginio sulla malattia, costituendo di per sé una forma di autosuggestione, in alcuni casi può portare a somatizzare i sintomi della malattia in questione innescando un circuito di comunicazione fra psiche e soma che predispone all’insorgenza di malattie.

Concludendo, in misura proporzionale alla gravità del disturbo, la vita dell’ipocondriaco può polarizzarsi sul dilemma salute/malattia in modo progressivamente sempre più pervasivo. La preoccupazione riguardante le malattie temute può diventare un elemento centrale dell’immagine di sé, un argomento abituale di conversazione e un modo di rispondere agli stress della vita. Ciò facilita, nei pazienti ipocondriaci, la percezione di essere delle persone fragili, vulnerabili, deboli e facili alle malattie. Questa immagine di sé può generalizzarsi fino a costituire uno dei perni intorno al quale si struttura il senso della propria identità.

D’altra parte, il concetto di salute (come polarità opposta a quello di malattia) è idealizzato dall’ipocondriaco come uno stato definitivo di sanità totale, costruito in uno scenario vago e privo di caratteristiche concrete: è difficile dire se questa idea di salute sia l’origine o la conseguenza delle preoccupazioni relative lo stato di malattia, anche se probabilmente l’idea di “salute” e di “malattia” costituiscono, nel quadro di riferimento dell’ipocondria, le due facce della stessa medaglia.