Agorafobia

Dott. Luca Lavopa

L’agorafobia (o sindrome agorafobica) ha come caratteristica principale un'intensa paura di essere soli o di trovarsi in luoghi pubblici dai quali, nel caso di un improvviso malore, la fuga può essere difficile o l’aiuto non disponibile. Le attività usuali vengono sempre più ridotte man mano che le paure o i comportamenti di evitamento delle situazioni temute prendono il sopravvento sulla vita dell’individuo. Le circostanze più comunemente evitate includono l’essere tra la folla, per esempio in una strada, o in un negozio pieno di gente, oppure il trovarsi in un tunnel, su di un ponte, in ascensore o su un mezzo pubblico. Spesso chi soffre di agorafobia, uscendo di casa, preferisce essere accompagnato da un familiare o da un amico.

L'agorafobico, in genere, suddivide lo spazio in “zone sicure” e “zone pericolose”. In genere lo spazio viene percepito tanto più sicuro quanto più è vicino a casa propria o ad una persona significativa e di fiducia. Allontanandosi dalle zone sicure, l'ansia comincia a prendere il sopravvento: si sente vulnerabile e la mente si focalizza su tutti i possibili pericoli e gli incidenti che potrebbero capitare (come andare fuori strada con l’auto o investire un pedone, oppure perdersi, rimanere intrappolati in un ascensore, ecc). In questo modo l'ansia tende ad aumentare e ne compaiono i sintomi: tachicardia, dolori addominali, sensazione di soffocamento, di svenimento o di debolezza generalizzata, sudorazione eccessiva, ecc.

L’agorafobia, infatti, è molto spesso accompagnata da episodi ansiosi o da veri e propri attacchi di panico. Gli attacchi di panico, quando presenti, espongono all'esperienza spiacevole di non riuscire a gestire i propri stati interni e le proprie reazioni emotive. Questa componente tende non solo a minare il senso di sicurezza e di fiducia in se stessi ma, da un punto di vista evolutivo, scoraggia la costruzione di progetti centrati sull'autonomia personale. L’attacco di panico rafforza infatti la convinzione di aver bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi. Si innesca così un circolo vizioso in cui gli attacchi di panico aumentano la dipendenza dagli altri e la sensazione di incapacità personale; queste, a loro volta, rendono più esasperato lo stato conflittuale e di insoddisfazione, facilitando ulteriormente la comparsa dell’ansia e del panico.

Ne conseguono evitamenti sistematici e limitazioni più o meno gravi nella possibilità di muoversi e di spostarsi da soli. Si passa da limitazioni abbastanza lievi in cui al massimo può essere compromessa la possibilità di fare lunghi viaggi autonomamente, a limitazioni più gravi in cui diventa difficile portare avanti anche attività normalmente considerate elementari come fare la spesa o recarsi in ufficio. Nei casi estremi si può arrivare addirittura a vivere reclusi in casa propria dipendendo completamente dai familiari.

 La sintomatologia agorafobica è spesso l'espressione del conflitto tra la naturale spinta evolutiva verso l’autonomia e l’opposto desiderio di rimanere in un ambiente noto e familiare. Tale conflitto è assolutamente naturale ed è tipico del passaggio dalla fase adolescenziale a quella adulta. In certi casi, però, l’impulso ad andarsene è in contrasto con la percezione dell'incapacità a vivere per conto proprio. Quando l'evoluzione verso una vita autosufficiente viene in qualche modo minata dal dubbio di non farcela nasce un dilemma. La mancata soluzione a questo dilemma spesso finisce col farci sentire in trappola: la sensazione di dipendere dagli altri è frustrante e avvilente ma, la lontananza da questi, genera un forte senso di paura e precarietà.

I propri vissuti possono oscillare tra il desiderio di sentirsi liberi, per cui si diventa sensibili al controllo ed alle interferenze da parte degli altri, e il bisogno di protezione, per cui si cercano gli altri per ottenere rassicurazione e assistenza, si reagisce alle minacce con il desiderio di fuggire e si interpretano i sintomi dell'ansia come segno di uno scompenso fisico e psicologico. Prevedibilmente, tale conflitto si acuisce quando ci sentiamo costretti, dalle situazioni della vita o dalle aspettative (nostre o degli altri), ad assumerci delle responsabilità. Non credendo nelle nostre possibilità, arriviamo ad immaginare che, anche un piccolo sbaglio da parte nostra, sarà sufficiente a produrre effetti catastrofici. Le responsabilità finiscono così con l'essere vissute come una minaccia al proprio equilibrio per cui, di fronte alle responsabilità, spesso i sintomi dell'agorafobia peggiorano. Esempi classici sono la nascita di un figlio, un aumento di responsabilità a casa o a lavoro, ecc.

 Come disturbo, l’agorafobia sembra essere più comune tra le donne e il periodo d'insorgenza si colloca in genere tra i venti e i trent’anni. Il disturbo interessa circa il 2-3% della popolazione generale e, nonostante non esistano studi rigorosi al riguardo, molti ricercatori ipotizzano un decorso cronico in assenza di trattamento. Spesso i pazienti che soffrono di agorafobia si rivolgono ad un terapeuta solo dopo diversi anni dall'insorgenza del disturbo e, alcune volte, il solo raggiungere lo studio del terapeuta costituisce il primo traguardo verso la soluzione del loro problema.

La terapia dell'agorafobia generalmente procede per fasi. Quando è complicata dalla presenza di un disturbo da attacchi di panico, il lavoro si focalizza inizialmente sulla gestione dell'ansia e del panico. La fase successiva, in genere, si concentra da un lato sul graduale incremento delle libertà personali (inclusa la possibilità di ampliare il proprio raggio d'azione), dall'altro sulla ricostruzione di uno stile relazionale basato sulla reciprocità (piuttosto che sul bisogno dell'altro). Passo dopo passo, superando le proprie paure, il paziente sperimenta l'ampliarsi dei propri orizzonti e può così recuperare un senso di efficacia e di sicurezza che gli consentirà di riprogettare la propria vita in linea con le sue inclinazioni e le sue aspirazioni.